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Recensione: Lo squalificato

Lo squalificato di Osamu Dazai

“Per me le prostitute non erano né donne ne esseri umani: piuttosto delle pazze scriteriate, tra le cui braccia ritrovavo però la serenità e mi abbandonavo a sonni ristoratori. Talmente prive di qualsiasi ambizione da fare tristezza, tutte. Per questo, forse percependo una certa affinità con me, si dimostravano affettuose senza essere soffocanti. Un affetto privo di secondi fini o calcolo, un affetto verso qualcuno che probabilmente non avrebbero visto una seconda volta: su quelle puttane folli e scellerate qualche sera mi parve di scorgere aureole di madonne.”



Lo squalificato di Osamu Dazai narra una storia di profonda estraniazione con uno sfondo di disprezzo.
Il protagonista, Yozo, prova fin da bambino una forte sfiducia verso la società, nei confronti della propria famiglia e di sé stesso, tanto da sentire il bisogno di indossare la maschera della comicità fin da quando ne ha memoria.
Questo atteggiamento non fa che aggravare la sua mente già fragile e sensibile: Yozo, fingendo continuamente, sviluppa un profondo senso di distacco verso ogni cosa, ritrovandosi spesso faccia a faccia con disagio e depressione fin dalla tenera età, a causa dell’incomprensione del proprio Io.
Volente o nolente, gli eventi traumatici vissuti e la chiusura emotiva del paese da cui proviene segnano il protagonista in modo permanente, impedendogli di sviluppare un metodo comunicativo sano. Questo lascia dentro di lui un vuoto enorme che non sa come colmare.
Il libro, composto da 128 pagine e tradotto da Maria Cristina Gasperini, è scorrevole, caratterizzato da un linguaggio molto diretto. Nonostante gli argomenti trattati, ho trovato anche alcuni momenti che mi hanno fatto sorridere, subito dopo smontati da qualcosa di terribile.
Nel complesso mi è piaciuto molto!


Casa editrice: Feltrinelli

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